Yumi Goto. Curatrice di fotografia in Asia

Uscire da una visione eurocentrica non può che fare assolutamente bene, volevo intervistare qualcuno che parlasse di fotografia – e non solo – vissuta in un’altra parte del mondo, come l’Estremo Oriente, da dietro le quinte. Ho contattato Yumi Goto, senza dubbio tra le più dinamiche, intraprendenti ed influenti curatrici di fotografia di tutto il continente asiatico. Era disponibile senza nessun problema, ma solo qualche ora prima aveva rilasciato un’intervista ampia ed esaustiva a un sito di Singapore. Grazie alla diretta interessata, IPA – Invisible Photographer Asia mi ha concesso di riportare qui l’intervista (in fondo all’articolo ho messo il link per leggerla integralmente nella versione originale). Yumi Goto abita a Bangkok, ma le sue attività professionali la impegnano in tutta la regione e spesso anche più lontano. Ha avviato diversi progetti editoriali di alto rilievo internazionale e, in questa intervista, parla di alcuni dei suoi progetti e di come si sia avvicinata alla narrazione per fotografie nei giorni in cui ha vissuto i drammi della guerra civile in Cambogia.

Ci può introdurre la sua attività professionale e spiegarci in cosa consiste?

Sono una curatrice indipendente di fotografia documentaristica e artistica, sono photo editor, ricercatrice e consulente. Principalmente amo concentrarmi sugli scambi culturali trascendendo da ogni confine geografico, collaborando con artisti locali e internazionali operativi in diverse aree del mondo, purtroppo spesso territori segnati da guerre, disastri naturali, abusi nei diritti umani, violenze contro le donne e altri gravi problemi sociali. Spesso lavoro con Ong ed organizzazioni umanitarie, oltre che con festival internazionali di fotografia in tutta l’Asia.

Come ha iniziato a lavorare nella fotografia come curatrice e photo editor?
Da autodidatta. Ho iniziato nel 1997, quando ero in Cambogia insieme al mio compagno Masaru Goto, fotoreporter. A quei tempi non c’erano macchine digitali o internet, durante la guerra civile l’ho aiutato trasportando i suoi rullini da sviluppare e stampare dal fronte alla capitale Phnom Penh, per poi mandare il materiale alle agenzie di stampa. Molte volte le immagini, che dovevo portare ogni giorno, venivano pubblicate su riviste e quotidiani locali e internazionali il giorno seguente. Prima di allora non avevo mai immaginato di poter fare parte del sistema fotogiornalistico, ma effettivamente senza il mio aiuto quelle immagini non sarebbero mai state pubblicate.

Fotografia di Masaru Goto

Fui talmente affascinata da quella esperienza che mi resi conto di aver trovato ciò che volevo fare da lì in avanti. Masaru aveva degli archivi assolutamente non organizzati, erano pieni di negativi mai sviluppati ed immagini inedite. Tutto ciò era uno spreco e quindi gli chiesi di poter gestire la scansione di stampe e negativi. Iniziammo con storie che aveva fatto in Sud America; successivamente l’avvento di internet ha permesso maggior visibilità a tutti gli altri reportage realizzati negli anni da Masaru. Più o meno è così che iniziai.
Dopo un pò di anni, cominciai a conoscere altri fotografi e artisti che vivevano e lavorano in circostanze non sempre facili, e così decisi di attivarmi. Serviva qualcuno che aiutasse i fotografi ad entrare consapevolmente nel sistema delle pubblicazioni e delle mostre. In questo modo è iniziato Reminders Project. Questo progetto è stato molto importante per me, anche per avermi permesso di imparare, da sola, come sviluppare un’idea come questa. Dal 2001 vivo a Bangkok. Tanti fotografi e giornalisti di tutto il mondo si sono trasferiti qui e regolarmente ci vediamo e ci confrontiamo: ogni giorno ho la possibilità di imparare qualcosa di nuovo.

Lei ha fondato anche pdfX12. Può dirci qualcosa in più su questo progetto?
pdfX12 consiste nella pubblicazione, ogni mese, di un portfolio diverso in formato digitale e totalmente gratuito. Pubblichiamo storie realizzate da diversi fotografi che vivono o lavorano in altrettante diverse parti del mondo. Ogni singola immagine racconta storie intense e toccanti di uomini e donne che quotidianamente subiscono impossibili condizioni sociali, economiche, ambientali e politiche. I fotografi di pdfX12 sono coloro che, con le proprie risorse ed energie, hanno scelto di dedicare la propria vita professionale alla documentazione di precisi temi sociali, affinché venga informata anche quella parte di mondo lontana. E’ assolutamente importante che le voci di questi fotografi siano, attraverso internet, accessibili a chiunque.
Inizialmente, avevamo pensato di rivolgere i nostri magazine in formato pdf solo ad un pubblico giapponese, ma poi ci siamo aperti ed ampliati su scala mondiale. La consapevolezza di certi temi sociali ed umani è estremamente necessaria in Giappone, come d’altronde in tutto il resto del mondo. Sin dall’inizio, nel 2007, abbiamo presentato immagini di alta qualità con storie scritte e condivise dagli stessi fotografi. E’ stato davvero entusiasmante e gratificante collaborare con tutti i fotografi in questi tre anni. Abbiamo inoltre avuto un fondamentale e spesso volontario supporto editoriale da parte di bravissimi graphic designer, traduttori e redattori. Fino ad oggi abbiamo realizzato 48 pdf [ndt. volevo intervistarla in occasione del 50° numero!], ma per il momento vorrei concentrarmi su qualcosa di più fisico, come collaborare con gallerie o altri sbocchi, appunto, materici. La versione online pdfX12 si prenderà una pausa, ma spero che si trasformerà presto in qualcosa di nuovo e decisamente migliore.
Oltre a pdfX12, io ed i miei colleghi abbiamo iniziato, nel 2010, un photo blog settimanale: I Was There. Il blog si presenta come il “dietro l’obiettivo” dei fotografi, in modo che la loro esperienza e la relazione che hanno con i soggetti e gli eventi ritratti vengano condivisi con un pubblico più vasto. Non abbiamo intenzione di soffermarci sui “capolavori” di un fotografo, bensì su quelle immagini con cui il fotografo stesso ha un rapporto personale ed intimo; per esempio un’immagine che gli ricordi un preciso momento oppure una storia che vuole, ad ogni modo, raccontare e condividere. Crediamo che con I Was There aiuteremo i nostri lettori a capire meglio cosa può unire una grande fotografia all’umanità dell’autore stesso. Tutto ciò succede ogni lunedì sul nostro blog.

Sarà tra gli organizzatori del Tokyo Documentary Photography Workshop. Cos’è il TDPW e qual è il suo ruolo?
Ho sempre desiderato un workshop in Giappone che rispettasse gli standard di importanti workshop internazionali. I giapponesi, in patria, non hanno mai avuto grandi opportunità di imparare la fotografia documentaria e il fotogiornalismo, se non andando all’estero. Pensai che era questo il momento per provare a fare qualcosa. Con il TDPW spero di condividere la mia esperienza con fotografi che ne hanno bisogno e voglio incoraggiare i fotografi giapponesi a lavorare su soggetti e temi nazionali. Saranno benvenuti anche i fotografi stranieri, ma devono aver iniziato un progetto in Giappone almeno cinque giorni prima dell’inizio del workshop. Ciò che assolutamente non vogliamo è che il workshop venga preso come se fosse un picnic. I fotografi stranieri, come quelli giapponesi, hanno abbastanza tempo (circa 4 mesi) per poter individuare un tema sul quale poi potranno e dovranno dedicarsi. Da parte nostra stiamo dando il massimo per aiutare gli stranieri nell’individuare storie e temi di una società che, probabilmente, conoscono superficialmente.
Il TDPW avrà due insegnanti-fotografi d’eccezione: James W. Delano e Kosuke Okahara. James vive in Giappone da oltre dieci anni, credo che il suo occhio e la sua sensibilità di straniero trasferito in Giappone possa aiutare gli studenti a vedere cose che loro mai avevano notato prima. Kosuke ha 30 anni, autodidatta e affermato internazionalmente. Ha realizzato Ibasyo, un interessante progetto sulla auto-mutilazione tra i giovani giapponesi.
Fino al 5 marzo 2011 accettiamo le iscrizioni ai workshop [ndt. i workshop si terranno dal 12 al 16 agosto 2011]. Inoltre, stiamo cercando supporto per rendere questi workshop possibili: ogni tipo di supporto, aiuti tecnici e donazioni sono le benvenute.

Cosa pensa del fotogiornalismo contemporaneo in Asia? Secondo lei, ci sono spunti interessanti e ben promettenti per il futuro?
Penso che i fotografi asiatici e le comunità a loro vicine stiano crescendo rapidamente, e sono molto più attivi rispetto a qualche tempo fa. Credo inoltre che la loro produzione sia aumentata anche dal punto di vista qualitativo. Personalmente penso che il mercato, in generale, stia cercando soprattutto di utilizzare immagini prodotte da fotografi locali, e ciò è nella speranza che possano aumentare le opportunità per i fotografi asiatici. Il lavoro di un fotografo è quasi sempre più una specie di mix. Se parliamo di trend della fotografia, dipende da che tipo di immagine stiamo parlando. I fotografi indipendenti che sono più concettuali e più interessati alla produzione di qualcosa di artistico avranno sempre una visione e uno stile personale, ed è difficile trovare un trend quando tutti stanno cercando di differenziarsi. Io credo questo sia assolutamente positivo.

Come curatrice di fotografia e photo editor, da che tipo di fotografo e/o lavoro è maggiormente interessata?
I fotografi con i quali ho collaborato, ognuno in modalità diverse, hanno corso rischi nel catturare determinati momenti. Sebbene io apprezzi e rispetta la loro passione ed energia, la domanda che spesso gli faccio è: “Perché ti concentri così tanto su quel soggetto nelle tue fotografie?”. La mia domanda sta ancora aspettando una risposta. Qual è il segreto dietro una fotografia? E poi, perché le immagini devono essere portate in pubblico? Qualche volta, le fotografie son troppo personali per essere mostrate ad altri oppure potrebbero essere considerate quasi un taboo.
Addentrandomi sempre di più nel mio lavoro come una ricercatrice, mi sono concentrata in quei progetti o immagini che potessero rispondere alle mie domande. Non è raro che riesca nell’intento e questo comporta, il più delle volte, nel vedere le fotografie con un occhio diverso. E’ questo il motivo che mi ha portato ad analizzare da più vicino la relazione che intercorre tra il soggetto e il fotografo.

Ha una macchina fotografica con un solo scatto possibile. Cosa fotograferebbe con quell’ultimo scatto?
Darei la macchina a qualcuno che fotograferebbe meglio quell’ultimo scatto. Questo sarebbe il mio compito.

Per leggere integralmente l’intervista di IPA in lingua originale (inglese), clicca qui.

Fotografia di Ko Sasaki

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