The Wall

Berlino. Davanti all’East Side Gallery, il pezzo di muro più lungo rimasto in piedi, c’è l’arena dove Roger Waters ha ricostruito e poi abbattuto The Wall. Un’opera monumentale che ascoltata e vista nella capitale tedesca, dopo quello del 1990 a Postdamer Platz quando ancora non c’era nulla, fa un effetto strano. Indescrivibile. Non siamo 350.000 come quella volta, finalmente uniti dopo anni di separazione, ma le suggestioni e il messaggio vanno oltre la guerra fredda.

Il muro. Mattone dopo mattone diventa lo schermo bianco di centinaia di fotografie, a volte video (come lo spezzone dall’Iraq di  Collateral Murder divulgato da Wikileaks) e animazioni (come la bambina con i palloncini di Banksy che supera ogni barriera). Ma sopratutto fotografie che lo stesso Waters aveva chiesto al suo (e non solo) pubblico di tutto il  mondo. La collezione ha un nome: Fallen Loved Ones e, a partire dalle foto dello stesso padre di Waters (ucciso ad Anzio durante le Seconda Guerra Mondiale, quando l’artista inglese aveva poco meno di un anno) rappresentano centinaia di donne e uomini uccisi, torturati o arrestati in decenni continui di guerre, soprusi e violenze collettive.

Nel 1979 la storia di Pink raccontata da Roger Waters era la storia di un muro eretto tra il singolo e la realtà, ma oggi (come d’altronde anche allora e sempre) i muri da abbattere sono anche nei pregiudizi sociali, nelle disuguaglianze economiche e nei capricci di politicanti che, ogni giorno, costruiscono mattoni su mattoni. O lastre di cemento alte oltre 5 metri.

Quanto sarebbe bello vedere ancora Roger Waters. Magari a Gerusalemme!

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