(Single) Women in Palestine – Intervista ad Antonio Faccilongo

Antonio Faccilongo ha ricevuto diversi riconoscimenti per il suo progetto (Single) Women, come ad esempio il primo premio nella categoria “storie” al Prix de la Photographie Paris 2011 e al Kuala Lumpur International Photo Awards. Faccilongo ha incontrato, nelle proprie abitazioni, alcune delle numerose donne palestinesi con mariti, figli e padri chiusi nelle carceri israeliane.
L’ho intervistato.

©Antonio Faccilongo

Come sei venuto in contatto con le donne che hai fotografato? E come hai cercato e trovato i contatti?
E’ stata un’esperienza veramente bella e profonda entrare nelle case ed ascoltare le loro storie. Il popolo palestinese è molto cordiale ed ospitale, ma inizialmente ho avuto molte difficoltà ad entrare in contatto con le donne. Il problema era molto delicato perché chiedevo alle donne di invitarmi nelle loro case, donne sole e musulmane che mi avrebbero ospitato in assenza dei loro uomini. C’era grande diffidenza.
Le cose sono cambiate grazie all’aiuto del mio fixer, di un’associazione di assistenza alle famiglie dei detenuti palestinesi e di una società di avvocati che si occupa di far rispettare i diritti dei carcerati. Quindi, grazie a loro sono riuscito a farmi accettare, ma la vera svolta nel mio reportage è arrivata grazie al giornale di Betlemme, il quale ha pubblicato un articolo in cui raccontava della mia presenza in Palestina e del mio progetto sui detenuti e le loro donne. Quasi un elogio alla mia professionalità e alla bontà del mio intento. Da quel momento in poi mi sono sempre presentato con il giornale in mano, non ho più avuto problemi, anzi in diverse occasioni erano le donne stesse a cercarmi per raccontare la storia del figlio o del marito.
Ho lavorato duro per farmi accettare e per trovare la strada giusta da percorrere, ma anche la fortuna è stata dalla mia parte.

Nei momenti in cui non fotografavi, quali erano i discorsi che hai affrontato con le donne, nelle loro case? Quali sono state le tue impressioni?
Nelle case ho vissuto delle emozioni intense che è difficile descrivere. Dalle case sono andato via sempre sentendomi molto confuso, provando gioia e dolore allo stesso tempo, rabbia e senso di colpa. Conoscere le persone, ascoltarle, mangiare con loro, guardarle e sentirne il profumo sono esperienze che ti fanno crescere come uomo, ed in posti come la Palestina provi delle emozioni che non ti lasciano mai, ti cambiano.
Mentre ero a casa con loro parlavamo della vita, delle nostre rispettive storie, di sentimenti ed emozioni. Emozioni non per forza negative, perché dove pensi ci sia solo dolore, invece c’è ancora una grande capacità di amare e provare gioia per le cose semplici, piccoli gesti ma ricchi di intenzione, pieni di significato. Abbiamo parlato anche di cose più materiali, delle difficoltà economiche che molte donne palestinesi devono affrontare, dell’enorme peso che devono sopportare per dare un presente ed un futuro ai propri figli, ma anche del lungo e travagliato tragitto che devono affrontare una volta al mese per andare a trovare i prigionieri.
Ricordo la storia di Ammuneh Abo Rabbo, una donna di 70 anni con gravi problemi di deambulazione, che è costretta a stare sulla sedia a rotelle, ma nonostante ciò il suo amore la porta ad affrontare viaggi interminabili per andare a trovare il figlio con la consapevolezza che la maggior parte delle volte, arrivata al carcere, non può entrare perché la carrozzina non passa i severi controlli del meta detector. Nei suoi occhi non c’è disperazione o rassegnazione, ma solo determinazione nel portare al figlio un messaggio di speranza, anche se riesce a farlo uno o due volte l’anno.
Passando del tempo con loro, la prima cosa che si percepisce è la loro grande dignità e forza interiore. Ricordano le donne italiane nella Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra, quando contribuirono con grande merito prima a non far cadere e poi a ricostruire la società italiana con determinazione e amore.
Quando andavo via dalle case abbracciavo e baciavo quelle donne come se fossero state mia nonna e spesso ho pianto con loro e per loro.

Probabilmente con la recente liberazione di oltre 1000 palestinesi dalle carceri israeliane con lo scambio del soldato Shalit, molte donne riabbracceranno i propri uomini. Dal punto di vista fotogiornalistico, hai pensato di riaffrontare il tema e di ritornare in Palestina?
La notizia dell’accordo tra il governo israeliano e Hamas ha portato grande entusiasmo in Palestina, il fuoco della speranza si è accesso ancora. Sto organizzando il mio ritorno in Palestina per documentare i recenti sviluppi.
Il rilascio dei detenuti ha dato grande entusiasmo a molte famiglie, ma non a tutte. Tra le donne del mio servizio ce ne sono molte che hanno sperato nel rilascio del proprio uomo, ma la realtà è stata molto dura per loro. Più della metà rimarranno in carcere e l’altra parte che è stata rilasciata è costretta all’esilio, quindi non ci sarà un ricongiungimento familiare o perlomeno non ci sarà in Palestina.

Che rapporto hai con la Palestina e Israele?
Alla Palestina mi lega un profondo affetto ed un forte coinvolgimento emotivo che colpisce tutte le persone che hanno visitato questo splendido territorio, che sono andate oltre la chiesa della Natività di Betlemme. Non si può rimanere indifferenti di fronte ad un embargo, un’apartheid, un muro alto 4 metri, i check point ed un esercito aggressivo.

Dove è stato pubblicato il reportage? Oltre che nell’editoria ha avuto altre diffusioni?
[Domanda non sempre accolta bene dai fotografi, giustamente] Il servizio non è stato pubblicato su nessun magazine, ma ha trovato come unica divulgazione i blog, i concorsi e i festival. In questo momento è in mostra in una collettiva a Pechino e a New York. A febbraio sarà a Buenos Aires.

Nuovi progetti?
(Single) Women fa parte di un progetto più ampio che credo durerà diversi anni. Il tema del progetto sono le donne che per varie ragioni ed in vari posti del mondo sono in attesa dei loro uomini. Quindi è un work-in-progress.
Dopo l’esperienza palestinese sono stato qualche mese in Malesia dove ho seguito un servizio sull’omosessualità in un paese musulmano di mentalità aperta, tollerante e multiculturale. Una storia positiva in un paese dove le persone possono vivere come credono e sentono. Tornerò ma ancora non so quando.
Al momento sto organizzando il mio prossimo lavoro che si svolgerà in Thailandia, una storia importante in cui credo molto che mi terrà occupato dai 6 mesi fino ad 1 anno. E’ un progetto in cui credo, è una storia che deve essere raccontata. Meglio non anticipare niente.

Antonio (1979) vive e lavora a Roma. E’ rappresentato in Italia da Prospekt.

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