Appropriazioni contese

Cosa fareste se una vostra fotografia, postata su Flickr, venisse usata da un noto marchio per farne uso commerciale, senza esserne avvisati? E se fosse utilizzata da un artista che ne ricaverebbe una propria opera per gallerie e collezionisti? E cosa succederebbe se Google chiedesse un risarcimento a tutti gli artisti che scaricano e usano le immagini di Google Images?

Richard Prince è un artista americano che fin dagli inizi usa materiale altrui come base grezza delle proprie opere. E’ diventato famoso (e ricco) quando una sua opera, Untitled (Cowboy), venne battuta all’asta da Christie’s per $ 1 milione nel 2005. Untitled è un’elaborazione della celebre foto del cowboy utilizzata per anni dalla Marlboro.
Prince, come Sherrie Levine o Barbara Kruger, è brutalmente catalogato nell’appropriation art, ovvero l’arte che utilizza per intero o parzialmente opere (spesso fotografie) di altri, artisti o meno. Niente di nuovo, anzi. Pensiamo alle zuppe Campbell di Andy Warhol, o ancora più indietro con Pablo Picasso e George Braque e poi il maestro dell’appropriation art, Marcel Duchamp.
Richard Prince è diventato un celebre artista anche grazie alle sue “rifotografie”. Facile immaginarne il senso. Nel dicembre 2008 Prince e la sua galleria, nientepopodimeno che la Gagosian Gallery, sono stati citati in giudizio da un fotografo francese, Patrick Cariou. L’accusa: l’artista americano ha usato 35 fotografie di Cariou senza averne chiesto l’autorizzazione.

Richard Prince's "Inquisition," which uses the Rastafarian pictures taken by the French photographer Patrick Cariou. ©NYT

Come ampiamente riporta il New York Times, Prince e Gagosian si sono difesi appellandosi al “fair use“, il quale negli Stati Uniti prevede e concede l’utilizzo pubblico di materiale coperto da copyright come materiale grezzo senza richiesta di autorizzazione alcuna, a condizione che l’uso finale soddisfi le finalità di promozione e progresso della cultura collettiva e della società.
Ma questa volta Prince ha perso e un giudice ha dato ragione Cariou: l’uso delle immagini non ha apportato nessun valore aggiunto alle fotografie originali e non c’è nessun beneficio collettivo. Prince è ricorso in appello, trovando dalla sua parte istituzioni come il Metropolitan Museum. Non mancano ovviamente opinioni diametralmente opposte.

Il “fair use” non è in vigore in Italia e un Prince nostrano avrebbe dovuto prestare molta più attenzione all’uso di foto non sue. Sappiamo bene che non sempre è così, anzi l’uso delle foto altrui senza autorizzazione è visto come cosa lecita. In alcuni casi, si pensa addirittura di fare un favore.
Il caso Prince è interessante e da seguire con attenzione. Parallelamente a questo caso, si aprono tante discussioni. Uno di questi è culturale e negli ultimi anni si registrano passi decisamente in avanti, anche se c’è ancora molto da fare: capire e far capire che non tutto ciò che è sul web è gratis e, inoltre, che chiedere prima di usare cose non tue è una cortesia che fin da bambini si impara.

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