Aerotropolis by Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco nasce a Roccasecca, in provincia di Frosinone. Suo padre ha un negozio di fotografia in paese e immagino non sia facile lavorare negli ultimi anni con nessuno più che sviluppa e stampa dai negativi le foto delle vacanze o dei matrimoni. Giulio sceglie di fare, in un modo o nell’altro, la stessa professione del padre.

Studia fotografia a Roma per poi trasferirsi in Canada. Dopo alcuni anni torna in Italia, anche se spesso lavora in India dove passa la maggiorparte del suo tempo. In pochi anni, vince un World Press Photo, un Sony World Photography Award, PX3 International Award e altri prestigiosi premi. Può vantare inoltre ottimi clienti internazionali ed è sicuramente uno dei giovani fotografi italiani più promettenti. Non lo dico per l’amicizia che a lui mi lega, ma perché le sua capacità e la sua alta professionalità sono sotto gli occhi di tutti, profani della fotografia inclusi.

Grazie a lui e alle sue fotografie, ho conosciuto straordinarie donne liberiane e prostitute nepalesi. Ho visto la distruzione in Giappone dopo il terremoto, come mi sono perso nei backstage delle sfilate di Mumbai. E poi il viaggio più emozionante: il Gange raccontato nel suo progetto, non concluso, The Great Mother.

Qualche giorno fa, Giulio ha messo online sul suo sito la prima parte di un nuovo grande progetto, Aerotropolis, con il quale cambia linguaggio e approccio al proprio lavoro di fotografo. Già per fare questo, oggi, serve coraggio. Di Sturco infatti ha lavorato molto sul suo modo di vedere ed è stato anche questo a farlo apprezzare da molti, ora la sua riconoscibilità cambia strada, affrontando per lui un nuovo tipo di fotografia, oltre che un nuovo soggetto.

Il soggetto, infatti. Niente guerre, niente povertà, niente sfruttamenti, niente distruzioni. Niente di tutto ciò. Almeno apparentemente. Il viaggio comincia scendendo da un aereo.

Cos’è Aerotropolis?

Il termine Aerotropolis è stato coniato da John Kasarda, un pluripremiato accademico americano internazionalmente riconosciuto che ha basato la sua carriera intorno a questo concetto. La logica del suo ragionamento è semplice e coerente: così come le ferrovie nel XIX secolo e le autostrade nel XX secolo hanno plasmato lo sviluppo urbano e la dislocazione delle aree di produzione economica nelle città, così gli aeroporti nel XXI secolo rappresentano la principale leva dello sviluppo economico locale e il piu importante elemento di raccordo nel processo di produzione globale. L’Aerotropolis identifica una nuova piattaforma urbana, in cui gli aeroporti rappresentano il nucleo centrale intorno ai quali si sviluppa il resto della città, mettendo in comunicazione il mercato globale con i suoi attori. Una volta assodato che le città del futuro cresceranno intorno agli aeroporti, Kasarda cerca con i suoi studi di definire un modello sinergico di sviluppo urbano per esse, in cui oltre all’efficienza economica si tiene conto anche dell’estetica e della sostenibilità sociale e ambientale.

In che modo è nata l’idea di questo tuo nuovo progetto?

Nell’aprile del 2011, mentre ero a Bangkok, sono stato contattato dal Financial Times Magazine perchè avevano bisogno che fotografassi per loro John Kasarda, appunto. A quel tempo non avevo la minima idea di chi fosse. Durante e dopo lo shooting ho avuto modo di parlare con lui e di conoscere i suoi studi, la sua idea di città e il suo ultimo libro, che stava per essere pubblicato, Aerotropolis. The way we’ll live next. Da lì sono partite le ricerche e la strutturazione del progetto in diversi capitoli. La prima città che ho deciso di fotografare è stata New Songdo in Corea del Sud.

New Songdo, South Korea, 2011 - from "Aerotropolis" ©Giulio Di Sturco

L’interesse per questo progetto nasce dal fascino per la dinamica degli opposti che affiora quando si visitano queste new cities. Che gli aeroporti siano oggi al centro dell’attività economica e dello sviluppo urbano è un dato innegabile. L’aeroporto è il simbolo della globalizzazione mondiale: ogni giorno migliaia di persone viaggiano da un capo all’altro del mondo, tonnellate di merci vengono trasportate in tempi record creando sistemi di interscambio sempre piu veloci, efficienti e connesi. Quando però sono arrivato a New Songdo, quello che percepivo, camminando per le strade della città, era un profondo senso di solitudine e asfissia. La vicinanza geografica e le maggiori opportunità di comunicazione offerte dall’evoluzione tecnologica si traducevano in un’incolmabile distanza e sorda incomunicabilità tra l’uomo e il suo ambiente, tra l’uomo e gli altri uomini. Ogni spazio era studiato e organizzatoo secondo criteri lineari, razionali, ma la sensazione finale era di disagio e distacco: la città più che sembrare un luogo costruito dall’uomo per l’uomo era un contenitore asettico, gelido, preconfezionato dove l’umanità che la vive abdica alla propria creatività in nome dell’efficienza. Non c’è spazio per il caos, l’imprevisto, l’irregolarità: tutto è sottomesso a un disegno quasi “sovrumano”che finisce per annichilire l’uomo. Da qui l’inquietudine che traspare dalle mie foto.

Oltre al soggetto, come dicevamo poco prima, la tua fotografia è diversa rispetto a tutta la tua produzione precedente. Sicuramente è una scelta voluta e consapevole, a cosa è dovuta?

Lo stile che ho scelto è completamente diverso da quelli precedenti e sotto molti punti di vista estremamente nuovo per me. Quando ho iniziato a lavorare per questo progetto, già in fase di ricerca, sapevo che avevo bisogno di percorrere nuove strade: volevo un linguaggio più pulito che si allontanasse dalle atmosfere di reportage classico. Volevo una fotografia più semplice, diretta, pulita e il soggetto dell’Aerotropolis mi ha permesso di andare in questa direzione. Quando sono arrivato a New Songdo ho cominciato a scattare in 6×6, poi mi sono reso conto che il formato quadrato non funzionava per me, così ho comprato sul posto una Mamiya 7, e quando ho preso la macchina in mano e ho cominciato a scattare ho capito subito che quel formato ( 6×7 ) era quello che cercavo.

Nella prima parte del progetto, c’è un gran senso di solitudine dove invece si crederebbe di vedere solo un’enorme moltitudine di persone, scollegate tra loro e unite solo nel comune stato di essere momentaneamente di passaggio in un non luogo. Hai sfiducia nell’uomo?

Di questi tempi sarebbe troppo facile rispondere sì, ho sfiducia nell’uomo. Diciamo che credo in alcuni uomini e meno in altri. Credo negli incontri genuini e autentici che non smettono mai di sorprenderti, nell’intelligenza ed etica delle persone capaci di costruire e vivere l’esistenza che sognano nel rispetto degli altri e dell’ambiente in cui vivono. E credo ancora al concetto di comunità, di un gruppo di persone che per il bene comune riesce a rinunciare al proprio interesse personale. Di esempi positivi ce ne sono molti anche se non siamo abituati ad averli sotto gli occhi e sappiamo che è difficile riprodurli su grande scala. E soprattutto credo nell’ingegno e nella flessibilità dell’uomo e nella capacità di trovare delle soluzione innovative in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando, dove tutto sembra perduto e senza piu speranze.

Qual è la tua città ideale? Se non esiste, come la immagini?

Purtroppo non conosco tutte le città del mondo per poter scegliere una città ideale. Ci sono molte città che mi attirano per motivi diversi, ma in fondo credo che nessuna sia ideale: ognuna ha i suoi limiti e le sue controversie. Quello che cerco e che mi affascina è lo spirito di una città. Bangkok, dove attualmente risiedo ha un’anima che sento molto vicina. Camminando per le strade, osservando i suoi abitanti, parlando con loro, si percepisce questa forte energia che la città racchiude e alimenta allo stesso tempo. È un luogo in movimento, in trasformazione dove le persone credono nel futuro e nella possibilità d’impegnarsi per migliorare le proprie condizioni di vita. C’è un’ intraprendenza che nasce dalla fiducia di poter realizzare ciò che si desidera, quella fiducia che in Italia abbiamo perso da un po’!

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