Cronaca di una giurata del World Press Photo

Renata Ferri, photo editor di Io Donna ed Amica, ha iniziato ieri la collaborazione col Post con una preziosa testimonianza, raccontando la sua nuova (e seconda) esperienza da giurata al World Press Photo 2o12 e spiegando le motivazioni che han portato alla scelta della foto dell’anno.

Cominciamo dalla fine che poi non è che l’inizio del lungo viaggio che le foto del World Press Photo faranno in tutto il mondo.
Ha vinto Samuel Aranda, spagnolo catalano di 33 anni, english speaker, freelance giramondo in cerca di guerre. Al momento in cui glielo comunichiamo è di stanza in Tunisia.
Vince con un’immagine di una donna yemenita che tiene tra le braccia un congiunto: fratello? marito? figlio?, la didascalia non ce lo dice.

A woman holds a wounded relative in her arms, inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa, Yemen on 15 October 2011 - ©Samuel Aranda for The New York Times - World Press Photo of the Year 2011

Non vediamo la donna perché totalmente coperta dal niqab, quella specie di vestito nero che lascia scoperta solo una fessura per gli occhi. Sappiamo che sono in una moschea adibita a rifugio per i feriti dopo gli scontri con le milizie governative scoppiati  il 15 ottobre scorso a Sanaa, capitale dello Yemen. Non abbiamo altre informazioni.

Studiamo la fotografia e attraverso ogni dettaglio ci convinciamo che può essere la foto dell’anno, che può esprimere molte cose con grande semplicità. Rappresenta la cosidetta “primavera araba” di cui tutti noi nove giurati sentiamo di dover parlare attraverso la foto dell’anno. Abbiamo discusso, parlato per un giorno intero. Siamo in nove, ognuno arriva da un paese diverso. Siamo tre donne e sei uomini. Culture diverse e professioni differenti.
Abbiamo sguardi severi e rigorosi.
Dobbiamo scegliere la fotografia ma anche il soggetto, il luogo, l’evento, la priorità.
Siamo in crisi per ore.
Divisi tra mostrare la rabbia, su cui le immagini arrivate quest’anno al World Press Photo sono la maggior parte, o la compassione.

Questa immagine, alla fine, la esprime con una formalità classica a cui è difficile non dare retta. Ci sembra in qualche modo più completa delle rivolte egiziane, tunisine e libiche, mostra lo sconosciuto Yemen, dove tutto sembra succedere per poi sprofondare di nuovo in quel confine del mondo così remoto da essere dimenticato.
È un’immagine che parla delle donne, di quelle islamiche, di ruoli e di icone, tra nijab e guanti decorati dei fiori. È una moderna Madonna che tiene tra le braccia il suo Cristo. La posizione è identica al capolavoro Vaticano di Michelangelo. La testa del Cristo poggiata sul braccio destro e il viso, in questo caso della “madre”, rivolto in basso, colmo di tristezza.

L’anno scorso avevamo premiato l’immagine di Jodie Bieber, fotografa sudafricana, della donna afghana amputata del naso dai familiari del marito da cui era scappata.
C’è un filo straordinariamente forte che lega queste due immagini ed è quello della soggettività femminile; in tre quarti del modo la donna è vittima dell’oppressione, delle mutilazioni e della guerra, non dimentichiamolo e non ci vergogniamo dei linguaggi femministi.
È la moderna pietas, quella della misericordia e dell’amore che celebra la 55° edizione di questa cosa straordinaria che è il World Press Photo.

©Renata Ferri per il Post

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2 comments

  1. giovanni DB · February 14, 2012

    Il punto di vista esterno, sulla stessa photo, di Joerg Colberg nel suo blog Conscientious : http://jmcolberg.com/weblog/2012/02/the_problem_with_western_press_photo/
    Non so se lui abbia ragione ma completa il post e spero crei un dibbatito costruttivo.
    Se poi Renata Ferri può dare il suo punto di vista sull’argomento mi farebbe molto piacere avere la sua opinione.

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